2017/12/13

“Lidenbrock – Concert for sax and voice”



“Lidenbrock – Concert for sax and voice”, il nuovo album di Alberto La Neve e Fabiana Dota

Pubblicato ufficialmente il 15 dicembre 2017, disponibile in copia fisica e sulle più importanti piattaforme digitali, Lidenbrock – Concert for sax and voice è il nuovo progetto discografico del sassofonista/compositore Alberto La Neve e della cantante Fabiana Dota. Edito dalla giovane etichetta Manitù Records, è un disco colmo di suggestioni pervasive, che rifugge tendenzialmente da qualsiasi classificazione di genere musicale. Fortemente ispirato alla figura di Otto Lidenbrock, personaggio che nel  noto romanzo fantastico di Jules Verne intitolato Viaggio al centro della Terra (nell’originale lingua francese Voyage au centre de la Terre) veste i panni di un iracondo, tenace ed erudito professore di mineralogia, Lidenbrock – Concert for sax and voice è un album concepito come una sorta di suite, che consta di quattro brani originali scaturiti dalla fecondità compositiva di La Neve. Il sagace utilizzo dell’elettronica rappresenta un elemento caratterizzante di questa creatura discografica, dalla quale trasuda manifestamente la riconoscibile e ben definita identità artistica di Alberto La Neve e Fabiana Dota.

2017/11/29

2017 11 28 Cory Henry & the Funk Apostles all'APdM, Roma




Un aggettivo sintetico per definire la serata? Elettrizzante!

Ma andiamo per ordine. Mentre il ns. eroe nasceva in quel di Brooklin, era l'anno del Signore 1987, il sottoscritto trascorreva belle mattinate in una Harlem che, dalla 125a strada in su, era un mondo a sé. Arrivava dalle chiese metodiste, battiste, luterane del 7o giorno e via dicendo, una musica avvolgente, le voci profonde, intonate dei godspell e dei blues. Entravi in quei luoghi in punta di piedi e dopo un po' ti ritrovavi a cantare le lodi del Signore: Jesus is love, bro, Jesus is love!

In fondo Cory Henry è figlio legittimo di queste radici: soul, funky, bass&drums, dance. Ma è figlio di un messaggio più profondo, di un desiderio, una missione quasi, di portare un po' di sorrisi, un po' di amore su questo pianeta dolente.

Amore è la parola tabù di questi tempi. Dichiarare l'amore è come firmare una resa, è come palesare il proprio fallimento, è esser derisi e considerati sciocchi ed ingenui. 

Cory ci parla con voce suadente, caldissima, cerca di metterci a nostro agio, are you OK, is everything fine? e la sua musica ci spande per la sala Sinopoli e perfino un cinico recensore come me si lascia prendere dal ritmo, dalle movenze di questo organista - cantante - officiante - sciamano - derviscio rotante.

Da Staying Alive a Stevie Wonder, da pillole di John Coltrane e di spiritual la band (batteria, basso elettrico, chitarra elettrica, tastiere, coriste -da 10 e lode- ed ovviamente Hammond B3 e synth) ci risucchia per quasi due ore  in un vortice giocoso, accarezzandoci con ritmi lentissimi che virano verso cadenze sferzanti che ci fanno saltellare sulle poltrone fino all'euforia delle folli notti newyorkesi e ci ritroviamo tutti un po' smarriti a ballare uno sull'altro.

Ciascun elemento del gruppo si prende i propri spazi e, al di là delle ineccepibili doti individuali, quel che colpisce è il suono compatto, frontale, controllato nelle dinamiche e la grande capacità di transizione da un brano all'altro, da una tonalità all'altra, da un ritmo all'altro. Sotto questo aspetto le maggiori difficoltà, e dunque il maggior merito, va proprio a Cory e alle sue due splendide back vocalist.

E dunque quando usciamo, in una nottata improvvisamente umida di pioggia il nostro cuore è un po' più sollevato. Il mio almeno. E così sia.

Grazie a tutti,

Marco Lorenzo Faustini, 2017 

2017/11/19

Candido o l’ottimismo






"Andrò ad attenderti a Venezia; è quello un paese giusto e libero, dove non c'è niente da temere, né dagli Slavi né dagli Arabi e nemmeno dagli Inquisitori. A Venezia la giustizia è patrimonio di tutti, come l'acqua dei suoi pozzi."

da "Candido o l’ottimismo", Voltaire

2017/11/18

2017 11 17, Tigran Hamasyan alla Chiesa Metodista, Roma via XX Settembre




Non me ne vogliano i metodisti della chiesa di via XX settembre: fredda come una tomba, con improbabili luci rosso/blu, una location da film del primo Dario Argento.

Ma veniamo al nostro Eroe: a chi somiglia questo bimbo? Ognuno ci vede quel che vuole, quel che sa. Debussy? E Debussy sia, oppure per fare i colti, sapendo come si scrive, a Chačaturjan, visto che armeno era pure lui. 

Sta di fatto che il buon Tigran ci trascina in un personale universo diafano, che a malapena ci fa scorgere i contorni delle cose, cadenzato quel tanto che basta per non perderci nella nebbia, tamburi nella notte gli 88 tasti del suo microcosmo, e ci guida su territori che poche umane impronte hanno visto.

Del resto non siamo fatti della stessa sostanza dei sogni? Non siamo convenuti qui, in fondo, scansando la pioggia nerastra di Roma, per perderci un po' ed, auspicabilmente, per ritrovarci?

Frammenti di temi jazz si innestano su melodie dolci inzuppate di materna malinconia. Il problema è che da quel grembo dovremo distaccarci, un giorno o l'altro. 

(passa un'ambulanza a sirene spiegate)

A quale genere vogliamo associare questa musica, che si inscrive in circonferenze complesse, slittamenti progressivi della tonalità, una ricerca di piacere condotta da un esperto amante che conosce i tempi giusti e lascia risuonare anche le pause, i silenzi?

Magari ci asteniamo dal classificare tutto questo nello scomparto giusto e ci limitiamo a dire che essa va etichettata tra le cose belle e, ancora meglio, affinando la mira, tra quelle cose profonde che fanno risuonare, dentro le nostre anime corrotte ed i nostri cuori di pietra, corde che avevamo dimenticato esistessero.

(domanda estemporanea)

La coppia di hipster gay o gay hipster si scambia sguardi d'intesa. Avranno trovato quel che cercavano?  Perché alle volte ci sono opere d'arte che, a guardarle troppo a lungo, si perde la fede come il Cristo Morto di Holbein... cioè tu vai lì che credi e torni a casa che non credi più...

(fine domanda estemporanea)

Se non fosse per il graditissimo e richiestissimo bis il concerto finirebbe come la colonna sonora di un film che sfuma i titoli di coda con la pioggia che cade su un tappeto di foglie autunnali ma invece...

(finale)

... il piccolo Tigran ci sorprende con un finale grandioso alla 'Great Gate of Kiev' di mussorgskyana memoria, per la gioia del piccolo sottobosco di telefonini che, anime tremule, provano a dire  al mondo io esisto o almeno... io c'ero!

Ossia che bellissimo. Senza parole. Ciao.

Marco Lorenzo Faustini
Copyright House 2017



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