2017/06/02

2 giugno 2017- Festa della Repubblica





L’ineffabile Angelino Alfano ci fa sapere che Matteo Renzi gli ha richiesto in varie occasioni di far cadere il Governo presieduto da Paolo Gentiloni. In mezzo a questo casino l’ottimo Graziano Delrio (Ministro dei Trasporti… ricordate Alitalia??? ) non trova nulla di meglio da fare che "aprire alla cittadinanza italiana ai figli degli immigrati".

Veramente verrebbe voglia di mettere tutti su un vagone piombato e mandarli un po’ in Siberia a rinfrescarsi le idee.

Frattanto risorgono, eterne arabi fenici, il povero Enrico Letta e l’immarcescibile Romano Prodi.

Ricordo a tutti, in questo 2 giugno, festa della Repubblica che Goffredo Mameli, l'autore dell'inno nazionale, morì a 22 anni, era il 1849, con l’ideale di realizzare un’Italia laica, libera ed indipendente.


Verrebbe da chiedersi… Goffredo mio, ragazzo di belle speranze… ne valeva la pena?

Ma forse, nonostante tutto sì... altrimenti... vedi sotto e cerca di trattenere il vomito..

Viva l'Italia, viva la Repubblica. 


2017/03/27

Fulvio Palese Special Trio” in concerto al Bar dell’Angolo






Fulvio Palese Special Trio” in concerto al Bar dell’Angolo
Una serata nel segno del jazz sabato 1 aprile alle ore 21:30

Sabato 1 aprile, alle ore 21:30, l’accogliente Bar dell’Angolo (Via degli Imperiali, 14Manduria) di Carmelo Massafra ospiterà il concerto firmato Fulvio Palese Special Trio, una formazione costituita da Fulvio Palese (sax), Pietro Vincenti (pianoforte e tastiere) e Francesco Pennetta (batteria). Il trio eseguirà un repertorio comprendente alcuni tra i più significativi standard del jazz congiuntamente a dei brani originali autografati da Palese. Dal timbro ricco, pastoso e riscaldante, Fulvio Palese è un sassofonista che annovera un palmares zeppo di collaborazioni live con svariati musicisti di caratura internazionale, tra i quali: George Cables, Jimmy Owens, John Hicks, Joy Garrison, Goran Bregovic, Dennis Chambers, Jerry Bergonzi, Javier Girotto, Phil Maturano, Gregory Porter, Amii Stewart, Gianni Cazzola, Fabio Concato, Gegè Telesforo, Mario Rosini, solo per citarne alcuni. Vincenti è un pianista dall’istintivo senso del blues, impreziosito da un ammiccante fraseggio pentatonico. Nell’arco della sua carriera ha collezionato numerose presenze sul palco al fianco di jazzisti assai blasonati, tra cui: Tiziana Ghiglioni, Attilio Zanchi, Marco Tamburini, Christian Meyer, Fabrizio Bosso, Rosalia De Souza, Luca Bulgarelli, Daniele Scannapieco, Joe Pisto, Mia Cooper, Kelly Joice e moltissimi altri ancora. Batterista poliedrico, dal groove particolarmente  efficiente, Pennetta ha condiviso la scena con diversi musicisti molto prestigiosi, tra i quali: Michael Rosen, Martin Jacobsen, Nelson Perez, Pedro Pablo Martinez, Paolo Di Sabatino, Pietro Ciancaglini, Roberto Ottaviano, Vito Di Modugno, Rossana Casale, Luigi Bonafede e tanti altri ancora. Fulvio Palese, Pietro Vincenti e Francesco Pennetta sono tre jazzisti decisamente affiatati grazie a una pletora di concerti tenuti insieme. Questo trio (con Paolo Romano al basso e la partecipazione di alcuni ospiti) è alle prese con la realizzazione di un nuovo disco che sarà prodotto prossimamente dalla storica etichetta Alfa Music. Fulvio Palese Special Trio è una formazione capace di coinvolgere brillantemente il pubblico e di farlo divertire. Dunque, questo concerto sarà un’ottima occasione per trascorrere una serata piacevole e rilassante.

2017/03/07

Jacopo Ferrazza "Rebirth"





Al solito vi propongo un po' delle mie considerazioni anarchiche.

Intanto questo CD metta a tacere, per l'ennesima volta, tutti quei contrabbassisti che si lamentano del loro ruolo marginale. Lo sapete di essere indispensabili, ma vi piace che questo concetto venga ribadito più e più volte. Tempo fa, nel corso di una piacevole intervista con un direttore d'orchestra appresi che "con una buona sezione di contrabbassi si è già a metà dell'opera" e questa affermazione mi lasciò piacevolmente stupito.

E se questo ragionamento vale per la musica classica figuriamoci per il jazz!

E dopo questa inutile premessa veniamo a Rebirth.

Jacopo Ferrazza (1989), contrabbassista e compositore, si cimenta nella sua prima prova da solista ed il risultato è un CD ricco di spunti e di emozioni.

Non è un ascolto facile, lo dico subito, ma non si può negare la ricchezza dei contenuti, nè l'interplay tra i tre musicisti (Stefano Carbonelli alla chitarra e Valerio Vantaggio alla batteria). Bordeggiando tra accenni melodici e soluzioni ritmiche complesse (con una netta prevalenza di queste ultime) la musica che ne risulta è un buon compromesso fra fruibilità e tecnica. Si apprezza la capacità di controllo dei materiali giacché ogni qualvolta le cose rischiano di farsi troppo cerebrali ecco che arriva una sorta di richiamo che riconduce il tutto a brillante risoluzione/conclusione.

Non siamo di fronte, dunque, a quell'odiosa musica che "si suona addosso". No!

I brani risultano molto differenziati fra loro ed anche le sonorità si muovono molto, dal lirismo più rarefatto fino a una certa isterica aggressività. Ma forse è proprio il brano finale del CD, Rebirth appunto, che con i suoi 10' di durata compendia tutte queste caratteristiche realizzando un ardito affresco di intenzioni tanto divaricate tra loro, ma con un flusso delle idee che scorre, intuizione dopo intuizione, rendendo l'ascolto veramente stimolante.

Veramente un bel lavoro e complimenti ai tre bravissimi musicisti che lo hanno realizzato.

Marco Lorenzo Faustini, 2017

P.S. Sul finale di Rebirth si ascolta pure il tema suonato dal piano... oppure comincio ad avere le 'allucinazioni acustiche'? Fatemi sapere!










2017/03/03

A Beautiful Story, Rosario Bonaccorso



Diceva un mio amico architetto: quando hai un'idea in testa prendi un carboncino e dei grossi fogli di carta e butta giù i segni così come vengono. Senza mediazioni, senza gomma per cancellare, senza autocad (per amor di Dio!) e non star troppo a pensarci su.

Dunque non inorridite, amici del buon jazz, se vi propino queste prime impressioni di ascolto di un CD dal cuore caldo, ricolmo di dolcezza e di passione.

Poi ragioniamoci meglio, se vogliamo, e parliamo di questo e di quello, di chi è nato e di quando e di dove, ma il primo impatto, detto da uno che ascolta jazz da quarant'anni, inganna assai raramente. E qui tutti i segnali sono positivi. Già dalle prime note "A Beautiful Story" convince, senza riserve.

Il suono curato del flicorno di Dino Rubino, il pianismo sempre elegante del buon Enrico Zanisi, la batteria di Alessandro Paternesi, misurata, mai sopra le righe e sullo sfondo il compositore e contrabbassista Rosario Bonaccorso che ci regala dodici temi appassionati, morbidi e smussati, che cantano...

La musica è lasciata a vibrare, a respirare come un buon vino d'annata, e si libra come senza confini, ignara, deliziosamente inconsapevole delle artificiose distinzioni di genere.

Perché la musica, quella bella, è uno spazio libero, senza barriere, senza fili spinati, senza muri.

E con questa sensazione di appagamento ancor viva, che spero avvolga anche voi, vi saluto e vi auguro, come sempre, buon ascolto.

Complimenti a tutti.

Marco Lorenzo Faustini, 2017



2017/02/21

Rosario Bonaccorso, “A Beautiful Story”





“A Beautiful Story”, il nuovo progetto discografico di Rosario Bonaccorso

Pubblicato ufficialmente il 27 gennaio 2017 per Jando Music / Via Veneto Jazz, disponibile sulle principali piattaforme digitali e in copia fisica, A Beautiful Story è il nuovo progetto discografico realizzato da uno fra i più apprezzati e autorevoli contrabbassisti jazz e compositori italiani: Rosario Bonaccorso. Il musicista di origine sicula sceglie ad hoc tre fulgidi talenti del panorama jazzistico nazionale per questo suo lavoro: Dino Rubino al flicorno, Enrico Zanisi al pianoforte e Alessandro Paternesi alla batteria. I dodici brani contenuti nel CD scaturiscono dall’ubertosa materia grigia di Bonaccorso. A Beautiful Story, che apre un nuovo capitolo nell’excursus artistico del noto jazzista, dopo la trilogia scritta sul tema del viaggio (Travel Notes, In Cammino e Viaggiando), è un album intenso, che coniuga modern jazz e contemporary jazz, dal quale si leva un’inebriante fragranza di mediterraneità. Rosario Bonaccorso, con una classe cristallina più unica che rara, unitamente a un’abbagliante sensibilità narrativa e a un’incantevole grazia interpretativa, dona la “parola” al suo contrabbasso, raccontando la sua musica con una generosità comunicativa che lascia con il fiato sospeso.

2017/02/13

La scrittura come piace a me...




"The Woodlanders" di Thomas Hardy (1887) è un romanzo che colpisce. Ma le ragioni di questo fascino indubbio sono tanto sottili e sotterranee che per individuarle occorre armarsi di pazienza e del coltellino affilato dell'analisi (Pirsig).

Cercheremmo invano un personaggio a tutto tondo come quello che compare ne "L'Idiota" di Dostoevskij (1869), l'uomo positivamente buono, il Cristo del XIX secolo. Nè ritroveremmo in Grace Melbury quelle donne eroiche, nel bene o nel male, quali furono "Madame Bovary" (1856) o la Connie de "L'amante di Lady Chatterley" (1929).

Non c'è il fondale epico di "Guerra e Pace" (1865) né si ritrovano i colpi di scena ed i bruschi cambi di ritmo dello Stendhal de "Il Rosso e il Nero" (1830). Non c'è il sottobosco criminale degli "Splendori e miserie delle cortigiane" (1838) né le improbabili vicende del Jean Valjean dello sconfinato affresco de "I Miserabili" (1862).

No.

Qui sembra di assistere al paziente lavoro di un pâtissier che, strato dopo strato, ci propone un perfetto millefoglie. La narrazione procede continua, senza fretta, come la suonata di un pianista che, cosciente dell'assoluto dominio della propria tecnica, riesce a calamitare l'attenzione del proprio pubblico senza grandi clamori.

Il paesaggio, il bosco dai suoi ritmi lenti, si spoglia delle proprie foglie e, da sfondo, passa a fare da protagonista. Si ascoltano i suoni rarefatti della foresta, il quieto trascorrere delle stagioni. Ma nulla è arcadia, paesaggio campestre di un tempo adamitico che mai fu. C'è il duro lavoro degli uomini, c'è il fumo dei focolari, ci sono le mani arrossate dal freddo ed indurite dall'ascia, gli schizzi di sidro, le montagne di corteccia accatastate, i carri che portano via i tronchi tagliati.

In mezzo a questa vita dura e senza clamori c'è spazio per qualche pettegolezzo, ma le voci si spengono in fretta, soffocate dalla coltre di neve, perdute nella nebbia.

C'è un mondo che lascia intenzionalmente fuori l'altro mondo. Le cariche degli ussari non passano per questi sentieri, nessun imperatore ha dormito in queste locande eppure provando il freddo di quelle mattine di sole pallido ci siamo sentiti legati a questa terra, fino a desiderare di affondare gli stivali nel fango ed accarezzare i nostri mansueti cavalli. 

Non a caso Thomas Hardy è, oltre che grande scrittore, poeta e, come insegnava un mio professore di letteratura c'è, a volte, più poesia in un romanzo che in una raccolta di versi.

Buona, buonissima lettura, amici miei.


2017/02/02

Thomas Hardy





Quell’edificio era stato eretto in tempi in cui l’umana costituzione era a prova di umidità, e in cui l’unica condizione che determinava la scelta di una dimora era che si trovasse al riparo dalle intemperie degli uomini, più che da quelle della natura.


Thomas Hardy, Nel Bosco (The Woodlanders), 1887